Muore Harry Belafonte paladino dei diritti civili e mito della musica

Muore nella sua casa di Manhattan a 96 anni Harry Belafonte. Ha segnato un solco profondo sia nella storia della musica che in quella dei diritti civili.

Harry Belafonte
Harry Belafonte con Martin Luther King

Addio all’artista che ha portato nel mondo la musica caraibica e che ha combattuto per i diritti civili.

La morte di Harry Belafonte

Si è spento in casa, dopo una vita lunga e ricca di emozioni e di soddisfazioni, Harry Belafonte, artista di origini giamaicane, grande attivista. Fin dagli anni ’50 del secolo scorso ha infatti tanto scalato le classifiche quanto valicato i muri della divisione razziale.

La sua lotta per i diritti degli afroamericani lo portò a stringere amicizia con Martin Luther King. Ma in vita conobbe e fu amico di tanti personaggi celeberrimi come Marlon Brando, la famiglia KennedyNelson Mandela.

Una lunga carriera

Era nero, era attivista ma, evidentemente per il suo carisma o per le sue amicizie, piaceva prevalentemente ai bianchi.

Uno dei suoi più grandi successi fu “Banana Boat”, canzone iconica, più volte arrangiata e reinterpretata da grandi artisti internazionali (tra cui Mina e Celentano, ma anche il napoletanissimo Pino Daniele): testo semplice, orecchiabile, ma dal significato profondo, una sonora melanconia, dal cuore profondo dei battellieri e portuali che caricavano tonnellate di banane nei lunghi turni serali, desiderando il sospirato ritorno a casa.

Agli albori dei fantastici sixties Belafonte era l’uomo più pagato tra gli artisti di colore, facendo il tutto esaurito a Las Vegas, Los Angeles e New York: la sua era la “musica dei neri” apprezzata anche dai bianchi e ciò contribuì a fargli vincere il primo Emmy, premio fino ad allora mai assegnato ad un afroamericano. Anche il paludato mondo del cinema di Hollywood gli aprì le porte, anche se il suo mondo restava la musica: nel 1992 Belafonte interpretò se stesso in “The Player” di Robert Altman e poi sempre con Altman girò “Kansas City” nel 1996. Da ultimo lo abbiamo visto in “BlacKkKlansman” di Spike Lee.

L’impegno sociale

Bello, di talento e carismatico, Harry Belafonte non fu soltanto un grande artista, un “animale da palco”: intimo di Martin Luther King fin dagli anni ’50, fu impegnato sul fronte dei diritti civili in favore degli afroamericani, e più volte aveva pagato di tasca sua per le cauzioni salatissime, quando M. L. King finiva dentro in seguito alle numerose marce di protesta contro gli abusi del potere bianco. Belafonte marciò personalmente nel 1963 su Washington, si unì alle proteste contro l’apartheid in Sud Africa negli anni Ottanta, sponsorizzò il concerto “We Are the World”, sul palco assieme a Stevie Wonder, Michael Jackson, Bob Dylan, Cyndi Lauper, e tanti altri artisti dell’epoca.

Era rimasto attivo in politica anche in vecchiaia: “Se Trump ci chiede cosa abbiamo da perdere”, aveva scritto nel 2016 sul New York Times, invitando gli afroamericani a prendere posizione contro la politica retrograda  del Presidente milionario “voi rispondetegli: solo il sogno, solo tutto”.

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